Wikisecrets
Julian Assange, fondatore di Wikileaks, vuole essere il giornalista assoluto, quello che si batte per la trasparenza assoluta, per la verità assoluta, senza filtri, il mondo come nessuno l’ha mai assolutamente raccontato. Come ha mostrato la Pbs con un altro dei suoi imperdibili documentari, “WikiSecrets”, dal luglio dell’anno scorso Assange ha pubblicato 92 mila file dello stato americano sull’Afghanistan, 400 mila sull’Iraq, poi 250 mila sulla diplomazia internazionale e ad aprile su Guantanamo. Quanto basta per sentirsi un dio vendicatore che punisce la tracotanza dei potenti – che sono per lo più gli americani.
5 AGO 20

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, vuole essere il giornalista assoluto, quello che si batte per la trasparenza assoluta, per la verità assoluta, senza filtri, il mondo come nessuno l’ha mai assolutamente raccontato. Come ha mostrato la Pbs con un altro dei suoi imperdibili documentari, “WikiSecrets”, dal luglio dell’anno scorso Assange ha pubblicato 92 mila file dello stato americano sull’Afghanistan, 400 mila sull’Iraq, poi 250 mila sulla diplomazia internazionale e ad aprile su Guantanamo. Quanto basta per sentirsi un dio vendicatore che punisce la tracotanza dei potenti – che sono per lo più gli americani. In un libro dell’inizio degli anni Novanta al quale contribuì anche Assange, emergeva che lui non riusciva a capacitarsi del fatto che tutti gli hacker lavorassero per lo stato americano. “Gli hacker – pensava – dovrebbero essere anarchici, non falchi”. Assange si crogiola nell’anarchia della sua onnipotenza, l’alimenta con l’ubiquità, con la parlata rapida ma incisiva, con quello sguardo fermo e feroce, un biondissimo giustiziere della notte. Che s’arroga il diritto di decidere chi far vivere e chi far morire, in nome di una verità che può essere arbitrariamente fatale.
Un giornalista del Guardian – che partecipò a un incontro con il team di Wikileaks quando si doveva decidere la pubblicazione dei cable sulle guerre spietate dell’occidente – ha raccontato di aver discusso con Assange della possibilità di camuffare l’identità di tutti coloro che avevano cooperato con gli Stati Uniti fornendo informazioni utili o denunciando chi ammazzava gli occidentali. “Julian era molto riluttante a togliere quei nomi – ricorda il giornalista, David Leigh – e noi gli dicemmo: ‘Julian, dobbiamo fare qualcosa riguardo a questi nomi, dobbiamo davvero fare qualcosa’”. Assange rispose, continua a raccontare Leigh: “Queste persone sono collaboratori, informatori. Meritano di morire”. Le sue parole fuorono seguite da un silenzio pesante. Assange ha naturalmente smentito di aver detto quella frase, ma intanto – come ha raccontato Newsweek in un reportage drammatico – molti di quei collaboratori sono morti davvero, a causa dei cable di Wikileaks, a causa della superbia di Assange.
Il re della trasparenza vive nel segreto. A lungo non si è saputo dove abitasse (ora è agli arresti domiciliari a Londra, in attesa di un’estradizione verso la Svezia, dove è accusato di stupro), i server dei suoi siti appaiono e scompaiono in giro per il mondo, smentisce sistematicamente le notizie dei suoi ex collaboratori che lo hanno conosciuto e non sempre ne dicono bene, a cominciare dalla “fonte assoluta” dei cable sull’Iraq, il soldato Bradley Manning. Ancora non è stato chiarito se Assange abbia contribuito o no a svelare l’identità di Manning (molti sostengono che lo abbia sacrificato per salvare se stesso), ma intanto il soldato oggi è rinchiuso a Fort Leavenworth, in Kansas, in attesa di un processo che comincerà a luglio per il quale rischia la pena di morte (anche se nel documentario si spiega che si propenderà per l’ergastolo più che per la pena capitale).
I sostenitori di Assange dicono che è stato ordito un grande complotto a suo danno, perché il giornalista assoluto non può essere accettato da un mondo che vive di segreti. Per questo “Iraq War Logs”, un sito che si è specializzato nel raccontare tutto quello che Wikileaks ha pubblicato sulla guerra in Iraq, ha vinto il premio che ogni anno Amnesty dà ai migliori media del mondo: con la verità di Assange sono stati svelati tutti i soprusi e le violazioni dei diritti umani perpetrate dall’occidente. Forte di questo sostegno, il giustiziere rilancia: “La storia è dalla nostra parte. Quando colpisci organizzazioni potenti loro scatenano attacchi ad hominem. Nel mio caso sono stati piuttosto feroci. Ma ci siamo abituati e Wikileaks continua a pubblicare i suoi materiali, e questo fa bene. Possiamo vedere gli effetti attorno a noi”. Così il trasparentissimo Assange diventa un dio, decide che cosa è giusto e che cosa no, decide chi merita di morire e chi no.
Un giornalista del Guardian – che partecipò a un incontro con il team di Wikileaks quando si doveva decidere la pubblicazione dei cable sulle guerre spietate dell’occidente – ha raccontato di aver discusso con Assange della possibilità di camuffare l’identità di tutti coloro che avevano cooperato con gli Stati Uniti fornendo informazioni utili o denunciando chi ammazzava gli occidentali. “Julian era molto riluttante a togliere quei nomi – ricorda il giornalista, David Leigh – e noi gli dicemmo: ‘Julian, dobbiamo fare qualcosa riguardo a questi nomi, dobbiamo davvero fare qualcosa’”. Assange rispose, continua a raccontare Leigh: “Queste persone sono collaboratori, informatori. Meritano di morire”. Le sue parole fuorono seguite da un silenzio pesante. Assange ha naturalmente smentito di aver detto quella frase, ma intanto – come ha raccontato Newsweek in un reportage drammatico – molti di quei collaboratori sono morti davvero, a causa dei cable di Wikileaks, a causa della superbia di Assange.
Il re della trasparenza vive nel segreto. A lungo non si è saputo dove abitasse (ora è agli arresti domiciliari a Londra, in attesa di un’estradizione verso la Svezia, dove è accusato di stupro), i server dei suoi siti appaiono e scompaiono in giro per il mondo, smentisce sistematicamente le notizie dei suoi ex collaboratori che lo hanno conosciuto e non sempre ne dicono bene, a cominciare dalla “fonte assoluta” dei cable sull’Iraq, il soldato Bradley Manning. Ancora non è stato chiarito se Assange abbia contribuito o no a svelare l’identità di Manning (molti sostengono che lo abbia sacrificato per salvare se stesso), ma intanto il soldato oggi è rinchiuso a Fort Leavenworth, in Kansas, in attesa di un processo che comincerà a luglio per il quale rischia la pena di morte (anche se nel documentario si spiega che si propenderà per l’ergastolo più che per la pena capitale).
I sostenitori di Assange dicono che è stato ordito un grande complotto a suo danno, perché il giornalista assoluto non può essere accettato da un mondo che vive di segreti. Per questo “Iraq War Logs”, un sito che si è specializzato nel raccontare tutto quello che Wikileaks ha pubblicato sulla guerra in Iraq, ha vinto il premio che ogni anno Amnesty dà ai migliori media del mondo: con la verità di Assange sono stati svelati tutti i soprusi e le violazioni dei diritti umani perpetrate dall’occidente. Forte di questo sostegno, il giustiziere rilancia: “La storia è dalla nostra parte. Quando colpisci organizzazioni potenti loro scatenano attacchi ad hominem. Nel mio caso sono stati piuttosto feroci. Ma ci siamo abituati e Wikileaks continua a pubblicare i suoi materiali, e questo fa bene. Possiamo vedere gli effetti attorno a noi”. Così il trasparentissimo Assange diventa un dio, decide che cosa è giusto e che cosa no, decide chi merita di morire e chi no.